
🩺 Le parole sono sintomi – #30 ASCOLTO
"Sono in ascolto."
"Ti ascolto."
"Abbiamo grande capacità di ascolto."
Suona bene. Suona empatico. Ma spesso è retorica.
Perché mentre diciamo di ascoltare, in realtà facciamo altro. Aspettiamo il nostro turno per parlare. Interpretiamo mentre l'altro sta ancora dicendo. Formuliamo già la risposta prima che l'altra persona finisca la frase.
Nel linguaggio contemporaneo, la parola che ha preso il posto dell'ascolto è "risposta".
La risposta è immediata.
L'ascolto è lento.
La risposta chiude.
L'ascolto apre.
La risposta dimostra che hai sentito.
L'ascolto dimostra che hai capito.
Pensa all'ultima riunione. Quante persone stavano davvero ascoltando? E quante stavano aspettando il momento giusto per intervenire, già pronte con la loro soluzione, il loro punto di vista, la loro obiezione?
Non è distrazione. È abitudine.
Abbiamo trasformato la conversazione in una sequenza di interventi, non in uno spazio di comprensione. E quando la risposta prende il posto dell'ascolto, qualcosa si perde: la profondità, la possibilità di cogliere ciò che non è esplicito, il contatto con l'altro — e con se stessi.
"Ascolto" viene dal latino auscultare: tendere l'orecchio, prestare attenzione profonda, cogliere ciò che non è immediatamente evidente.
Non è un atto passivo. È un gesto intenzionale. Richiede silenzio, tempo, disponibilità a essere toccati da ciò che arriva. E soprattutto: richiede di sospendere il proprio rumore interno.
Ma il rumore interno, oggi, non si ferma mai. Urgenze, notifiche, pensieri già formulati, agende già piene. Non ascoltiamo gli altri perché, prima ancora, non ascoltiamo noi stessi.
Le parole sono sintomi.
Se "ascolto" è diventata una parola dichiarata e "risposta" una reazione automatica, forse il problema non è cosa diciamo. È che abbiamo smesso di fare spazio al silenzio necessario per ascoltare davvero.
Dovremmo chiederci: quando è stata l'ultima volta che ho ascoltato qualcuno senza già sapere cosa rispondere?








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