Questa settimana ero a Roma per lavoro.
Tra una riunione e l’altra, in pausa pranzo, ho trovato il tempo per entrare a Palazzo Bonaparte, in Piazza Venezia, dove è in corso la mostra dedicata a Katsushika Hokusai.
Ci sono entrato con l’idea precisa di vedere quelle immagini, che conosco bene apprezzando l'arte giapponese e il senso di quel modo di raccontare la realtà, così diverso dal nostro e per questo così importante. Pensavo di rivedere cose già viste. Pensavo di fare un ripasso di una lezione già sentita.
Invece sono uscito dalla Mostra con una immagine molto chiara, diversa da quelle che avevo quando sono entrato.
Davanti a La grande onda di Kanagawa succede qualcosa di strano.
La conosciamo tutti. L’abbiamo vista ovunque. Eppure, dal vivo, è diversa.
Non è solo un’immagine potente. È una tensione.

L’onda è gigantesca, quasi sproporzionata. Si piega su se stessa, pronta a chiudersi sulle barche. I pescatori sono minuscoli, schiacciati da una forza che non controllano.
Eppure non c’è caos.
C’è una forma.
C’è un equilibrio.
L’onda non è disordine. È disordine che ha trovato una struttura.
E lì ho ritrovato il diritto.
Perché il diritto, quando funziona davvero, non elimina le forze che attraversano la realtà.
Non cancella il conflitto. Non annulla l’imprevedibile.
Fa qualcosa di più difficile: dà forma a ciò che, senza forma, travolgerebbe tutto.
L’onda di Hokusai non è meno pericolosa perché è rappresentata.
Ma diventa comprensibile.
E questo cambia tutto.
Il diritto fa la stessa cosa.
Non può fermare le “onde” della vita: tecnologia, mercato, potere, relazioni umane.
Ma può evitare che siano solo forza cieca.
Può trasformarle in qualcosa che si può leggere, prevedere, attraversare.
C’è un altro dettaglio che mi ha colpito.
Le barche non stanno scappando.
Stanno dentro l’onda.
La affrontano. La attraversano.
Non c’è un’alternativa.
E forse è qui che la metafora diventa più precisa.
Il diritto non serve a portarci fuori dai problemi.
Serve a permetterci di starci dentro senza esserne travolti.
A dare una direzione anche quando la forza è più grande di noi.
Uscendo da Palazzo Bonaparte, ho ripensato a quell’immagine.
A quella cresta che sembra sul punto di spezzarsi.
A quel momento sospeso, prima dell’impatto.
E ho pensato che viviamo esattamente lì.
In equilibrio tra forze che non controlliamo completamente.
Tecnologie che evolvono, mercati che accelerano, relazioni che cambiano.
Il diritto non può fermare l’onda.
Ma può evitare che diventi solo distruzione.
Può darle una forma.
E così, anche questa volta, ho trovato il Diritto.
Era altrove.
Nella linea sottile di un’onda che non si arresta, ma che—per un istante—diventa leggibile.







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